Dov’è che ci siamo persi? Quand’è che le
relazioni di coppia hanno iniziato ad esser demonizzate, temute come la peste, tra persone pensanti e altamente scolarizzate, tra quelli che non sono costretti a sposarsi bambini per sottrarsi a famiglie troppe famiglie per non risultare soffocanti?
Quando, esattamente, si è iniziato ad avere timore delle etichette, quei maledetti sigilli che nella realtà non esistono e nell’immaginario collettivo rendono impossibile qualunque cosa di bello potrebbe nascere tra due persone? Perché siamo tutti terrorizzati dai rapporti di coppia? Tutti. Dalla generazione zeta a quella degli attuali adulti, che siano “liberi”, separati o divorziati. Ho volutamente virgolettato il termine liberi, perché, nella realtà dei fatti, nessuno lo è. Ciascuno di noi vive imprigionato nel terrore di legarsi ad un’altra persona perché il legame spaventa chiunque. Dunque viviamo nel terrore della vita. Il legame è parte fondamentale di essa, ci piaccia o meno. Nasciamo legati ad un cordone ombelicale. Pian piano veniamo resi autonomi, ma sotto la guida di chi ci ha messo al mondo e poi che succede? Vogliamo pretendere di essere improvvisamente liberi? E liberi da cosa, se non dalla paura che qualcuno ci faccia star male? Nella sostanza dei fatti la libertà nei rapporti non esiste, in assoluto, in qualunque tipo di rapporto. La libertà non sussiste, se non come concetto astratto o scelta di una vita ritirata modello eremita.
La civilizzazione delle società ci ha resi prigionieri di etichette che ci spaventano al punto che, onde evitarle, siamo disposti a vivere nell’infelicità della solitudine, che non è una condizione che si addica all’uomo. “Se tu fossi stato con me t’avrei chiesto scusa. Oppure aiuto. Invece non c’eri; incredibile come gli altri manchino sempre nei momenti in cui se ne ha bisogno; passi giorni, mesi, anni interi con qualcuno a cui non hai da dir nulla e nell’attimo in cui hai da dirgli qualcosa, magari scusami, aiuto, lui non c’è e tu sei solo.” La Fallaci si riconosce da piccoli dettagli. “
Il magistrato ha espresso questo concetto fondamentale durante la sua carriera per denunciare l’isolamento in cui venivano a trovarsi gli uomini dello Stato. La solitudine: Espone l’individuo al rischio letale di non avere alleanze solide e istituzionali alle spalle. L’isolamento: Rappresenta la condizione che favorisce chi detiene il potere criminale.
Ma, di qualunque contesto o condizione si tratti, la solitudine è solitudine. Punto. Non ci sarebbe troppo altro da aggiungere per evidenziare l’accezione negativa del termine. E se vogliamo scomodare altre grandi menti, pensiamo a quella sorta di visionario, per altro amato dalla sottoscritta: Charles bukowski.
“Quando iniziamo a seguire le scelte degli altri non perché le sentiamo nostre, ma perché sono quelle previste, succede qualcosa di impercettibile: non stiamo più vivendo, stiamo replicando”. L’identità, ci suggerisce Bukowski, non si perde con un grande errore, ma con mille piccole rinunce: a dire ciò che si pensa, a provare ciò che si desidera, a percorrere strade diverse”. Bukowski sembra dirci: “Se fai quello che fanno tutti per sentirti al sicuro, finirai per non sapere più chi sei.” Essere diversi non significa cercare l’originalità a tutti i costi, ma non tradire ciò che senti “Trova ciò che ami e lascia che ti uccida.” Dice lo scrittore. La figura che per antonomasia rappresenta l’eccentricità della controcorrente, in pratica, consiglia di non nascondersi dietro qualsivoglia paura, perché, così facendo, l’uomo sterminerebbe la sua stessa razza. “L’uomo non è fatto per stare solo” , dice Aristotele e lo ribadisce Giorgio Gaber in una canzone. Filosofia e arte unite in un solo concetto. Non riesco a pensare e nulla di più stimolante. Ma lasciarsi consumare da ciò che amiamo significa spezzare quel modello, correre il rischio, ardere di passione e autenticità. Solo abbracciando ciò che davvero ci muove, senza compromessi, possiamo vivere senza dissolverci nella massa, trasformando la nostra vita in qualcosa di unico che ci appartiene davvero e non in una replica di chiunque altro.
Danila S. Santagata